Il Giardino di Valsanzibio: sogno di immortalità tra i verdi Colli Euganei

Tra le campagne incontaminate dei Colli Euganei sorge Villa Barbarigo Pizzoni Ardemani. La giocosa eleganza propria delle ville venete è completata qui da un misterioso giardino risalente alla fine del XVII secolo e conservatosi eccezionalmente integro. Il complesso, vincitore nel 2003 del premio “Il Parco più Bello” e recentemente insignito del prestigioso riconoscimento “Il più Bel Giardino d'Europa”, aderisce al circuito Grandi Giardini Italiani ed è regolarmente aperto al pubblico. Dal 1929 ne sono proprietari i Conti Pizzoni Ardemani che, con grande dedizione, sono costantemente impegnati nella tutela di questa straordinaria opera d’arte vivente.

 

La storia del luogo, un’antica tenuta di caccia, è strettamente legata a quella dei Barbarigo, nobile famiglia veneziana che vi si rifugiò nella seconda metà del ‘600 per scampare dalle devastazioni della peste. Zuane Francesco Barbarigo aveva fatto voto di erigere un imponente giardino qualora i propri congiunti si fossero salvati dal contagio e, superato il pericolo, si impegnò nella realizzazione dello stesso aiutato dai figli Antonio e Gregorio. Il progetto, affidato a Luigi Bernini, architetto e fontaniere pontificio nonchè fratello del più noto Gian Lorenzo, mostra infatti numerose analogie con i giardini d’acqua romani tra cui quello di Villa d’Este a Tivoli, forse il più noto in assoluto. Il simbolismo profondo degli apparati decorativi conferisce alla proprietà un affascinante alone di mistero: zampilli d’acqua e statue a soggetto mitologico accompagneranno il visitatore in un percorso di crescita interiore e salvazione.

 

In origine il complesso era raggiungibile in barca direttamente da Venezia tramite canali navigabili che arrivavano sino all’imbarcadero del Portale di Diana. La statua della dea della caccia accompagnata da cani e altri animali testimonia l’antica vocazione del complesso.

Un cancello in ferro battuto introduce al Viale dell’Iride: un lungo asse prospettico ornato da peschiere e fontane. La bonifica degli antichi canali navigabili e il prosciugamento di molte sorgenti costituì un serio problema tanto che, negli anni ’70 del secolo scorso, i giochi d’acqua corsero più volte il rischio di rimanere in secca. Per sopperire a tale mancanza le condutture sotterranee furono dotate di un complesso sistema di ricircolo per ridurre al minimo i consumi idrici. Con una portata complessiva di circa 100 litri al secondo si intuisce facilmente quanto sia stato importante questo connubio tra restauro e innovazione tecnologica.

L’impianto del giardino segue uno schema formale di assi perpendicolari a quello delle peschiere. La direttrice principale, il Gran Viale, conduce alla villa e prosegue sino alla sommità della collina retrostante con il cannocchiale di cipressi. Punti di fuga posti all’infinito erano accorgimenti tipici del periodo per esaltare la grandiosità e la scenografica teatralità manierista.

Fiancheggiato da alte siepi di bosso, il Gran Viale è attraversato per tutta la profondità da un soffice tappeto erboso. Ancora oggi, fontane zampillanti e insidiosi giochi d’acqua continuano a sorprendere il visitatore rinfrescandolo nelle calde giornate estive.

La maglia ortogonale dei viali delimita una serie di stanze a cielo aperto. Una delle più suggestive è forse quella del labirinto. Siepi di bosso alte più di due metri spingono il visitatore a percorrere un viaggio lungo e intricato: vicoli ciechi e inviti ingannevoli sfidano la capacità di orientamento, perdersi diventa un piacere quasi inevitabile. Una torretta centrale induce ad alzare lo sguardo al cielo come a ricordare l’esistenza di qualcosa che dall’alto genera ordine e armonia. Non è quindi forse un caso che per trovare la via di uscita sia necessario riavvicinarsi proprio alla stessa torretta da cui si era partiti.

Un belvedere consente di ammirare dall’alto il geometrico alternarsi di pieni e vuoti costantemente mantenuti in forma topiata. La potatura dei circa 75.000 mq di superfici di bosso presenti nel giardino costituiscono di certo una grande sfida per i proprietari e per chi vi lavora, ma, grazie alle continue attenzioni nella manutenzione, è stato possibile conservare sino ad oggi uno dei più antichi labirinti d’Europa, una meraviglia unica nel suo genere. 

Poco lontano un’altra stanza riserva al visitatore una sorpresa inaspettata: l’Isola dei conigli o leporario. Ispiarata forse alla lussureggiante Isola di Citera, tanto celebrata da Francesco Colonna nella sua ‘Hypnerotomachia Poliphili’, è tuttora popolata da alcuni conigli, simbolo di fertilità e rinnovamento.

 

Nell’elegante voliera posta al centro, volatili variopinti ricordano i mitici uccelli del paradiso, spesso presenti negli antichi giardini, e allietano i passanti con il loro canto e i loro colori mantre alberi centenari custodiscono in silenzio storie e segreti di epoche passate.

Dedicato al trionfo dell vita sulla morte, l’intero giardino è pervaso da un senso di immanenza che si respira anche nella stanza opposta all’Isola rispetto al viale centrale. La statua del Tempo, un misterioso colosso alato, sembra aver fermato qui per un istante il suo volo. Sulla schiena regge un grande dodecaedro le cui facce, via via illuminate dal sole, scandiscono l’andare del giorno come una curiosa meridiana.

Riportandosi sul Gran Viale, lo zampillio delle acque invita ad avvicinarsi alla piccola scalinata: sette gradini, simbolo di perfezione e compiutezza, introducono al cortile d’onore. La Fontana del Fungo e otto statue celebrative del giardino e dei suoi fautori chiudono il percorso rivelando il senso profondo della vita. 

Non è comunque facile raggiungere questa consapevolezza. Spruzzi d’acqua nascosti tra le pietre sbarrano l’accesso al visitatore disattento costringendolo a soffermarsi sulle alzate degli scalini dove l’incisione di un sonetto dantesco palesa l’essenza del Giardino:

 

Curioso viator che in questa parte

giungi e credi mirar vaghezze rare

quanto di bel, quanto di buono qui appare

tutto deesi a Natura e nulla a Arte

Qui il Sol spendenti i raggi suoi comparte

Venere qui bella esce dal mare

sue sembianze la Luna ha qui più chiare

qui non giunge a turbar furor di Marte

 

Saturno quivi i parti suoi non rode

qui Giove giova et ha sereno il viso

quivi perde Mercurio ogni sua frode

 

qui non ha loco il pianto, ha sede il Riso

della Corte il fulmine qui non s’ode

ivi è l’Inferno e qui il Paradiso.

(Testo e fotografie © Daniele Angelotti)

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