Architettura del e nel Paesaggio? No grazie, meglio il caos!

Il titolo di questo articolo, volutamente provocatorio nella sua assurdità, intende puntare i riflettori su un tema sempre più spesso discusso: la necessità di ritornare a un’Architettura che sia contemporaneamente del e nel Paesaggio.

 

Nel caso specifico, la riflessione nasce dopo la lettura del libro “Tre forme di architettura mancata” con cui l’autore, Vittorio Gregotti, denuncia la grave crisi della cultura architettonica attuale rintracciandone le cause nella rinuncia a considerare l’atto progettuale come un momento di confronto critico con il presente, nella rinuncia alla capacità di vedere piccolo e con precisione tra le cose e, last but not least, nella rinuncia alla durata dell’opera intesa come metafora di eternità.

 

Pur senza trattare direttamente la tematica paesaggistica, il testo suggerisce considerazioni che inevitabilmente vi si ricollegano. Sembrerebbe impensabile concepire un’architettura astraendola dal contesto in cui si trova, ma, purtroppo, è quello che sempre più spesso accade. Gli scempi dell’abusivismo edilizio, della cementificazione dei suoli e della mancanza di una vera pianificazione urbanistica e paesaggistica sono sotto agli occhi di tutti e si accompagnano, più o meno silenziosamente, alla devastazione delle campagne e alla frammentazione del territorio e di chi lo vive.

 

Nella storia dell’architettura si è sempre rintracciato nei segni impressi dall’uomo sulla natura il desiderio di porre un ordine al caos. Ci sono opere grandiose che, a distanza di secoli o millenni, conservano un fascino mistico e in grado di superare il tempo. In quest’ultimo periodo sembrerebbe però che il desiderio di lasciare un segno sia degradato al punto che le città rischiano di ridursi a infinite periferie mentre i piccoli centri si affrettano a omologarsi l’uno con l’altro. Diventa sempre più difficile orientarsi e trovare un modello di ordine e bellezza verso cui tendere: trionfano i “luoghi - non luoghi” e si annientano le relazioni delle parti con il tutto. In questi processi il Paesaggio viene voracemente e irreparabilmente distrutto.

Senza incappare nei discorsi del “non ci sono più le mezze stagioni” o del “si stava meglio quando si stava peggio”, è curioso notare che in passato gli interventi dell’uomo riuscissero ad adattarsi perfettamente ai luoghi generando armonia e ordine pur senza doversi attenere a regolamenti edilizi o certificazioni di qualità. Buon senso e praticità guidavano le scelte e contribuivano lentamente a forgiare l’identità del paesaggio e delle comunità che lo abitavano. Tornare a queste pratiche, per quanto spesso considerate irrilevanti alla piccola scala, potrebbe forse aiutare a identificare nuove strade da percorrere.

Nel secolo del transitorio e della “politica del breve termine” cade il cordone ombelicale che legava l’uomo al Paesaggio e l’Architettura al suo contesto di riferimento. Proprio in questa generale crisi di valori e di identità è però possibile maturare una consapevolezza importante. Originalità dovrebbe essere intesa come ricerca dell’origine: un nuovo inizio. Questo non significa ripristinare paesaggi da cartolina fuori dal tempo, bensì recuperare un modo di pensare e di agire in grado di legare il passato, il presente e il futuro di dove viviamo. Il progetto del e nel Paesaggio diventa così la chiave di volta per l’ordine del domani, lo strumento con cui ricominciare a scrivere un libro non finito.

 

L’ottimismo del paesaggista si trasforma in necessità quando il sistema che lo circonda si palesa come un colosso dai piedi di argilla incapace di risanare le ferite conseguenti alle sue azioni. Lo stesso Gregotti alla fine del libro condivide questa fiducia e suggerisce cosa fare aspettando che maturi questa coscienza: si deve resistere e si devono cercare frammenti di verità da offrire al confronto! 

 

 (Testo © Daniele Angelotti)

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